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Ospedali in italia
#1
QUALI I MIGLIORI E QUALE I PEGGIORI
Uno studio sulle prestazioni degli ospedali in Italia è fonte di scoperte che un po’ ribaltano certi luoghi comuni: non tutto il bene è al Nord, non tutto il male è al Sud.

Lo studio è stato condotto dalla Agenzia per i servizi sanitari (Agenas) e sancito dal Ministero della Salute. L’analisi, che è del 2011, ha incrociato i dati del Sistema informativo ospedaliero, in cui confluiscono le informazioni su tutti i ricoveri registrati in Italia, e quelli dell’Anagrafe tributaria.

Libero ha pubblicato una serie di tabelle con graduatorie di migliori e peggiori, il Quotidianosanità.it ha dedicato più titoli alla analisi condotta da Luciano Fassari ed Ester Maragò, regione per regione.

Alessandro Giorgiutti su Libero l’ha definito

“un elenco puntiglioso dei pregi e dei difetti del nostro sistema sanitario”

e il quotidiano ha iniziato a pubblicare, martedì 13 agosto, i migliori e i peggiori ospedali in riferimento a cinque dei 45 indicatori presi in esame dall’ Agenas, con questa avvertenza: l’Agenas preferisce non parlare di «classifiche, graduatorie, pagelle, giudizi » bensì di «strumenti di valutazione (…Wink finalizzati al miglioramento dell’efficacia e dell’equità nel Servizio sanitario nazionale»:

1. “L’ospedale civile “Madonna del Soccorso” di San Benedetto del Tronto ha un primato: vanta il più basso tasso di mortalità nei primi trenta giorni successivi al ricovero per infarto miocardico acuto: il 2,2 per cento. Ad appena due ore di macchina, spostandosi dalle Marche al Lazio, si incontra invece la struttura che registra i risultati peggiori: al “San Giovanni Evangelista” di Tivoli il 24,6 per cento dei malati muore entro il primo mese. La media nazionale è del 10,3 per cento.

2. “Alle Marche spetta un’altra medaglia: l’ospedale “Bartolomeo Eustacchio” di San Severino ha il tasso minore di mortalità nei 30 giorni successivi al ricovero per un ictus: l’1,5 per cento. La maglia nera dista quattro ore di macchina: è a Carbonara (Bari), ospedale “Di Venere”, dove il tasso sale al 37,4 per cento, contro una media nazionale dell’11,6.

3. “Mortalità a un mese dal ricovero dopo l’innesto di un bypass aortocoronarico. Con questa operazione si sostituisce un tratto di arteria coronaria ostruita con un segmento alternativo di vena o arteria. L’esito a breve termine (30 giorni, appunto) dell’intervento è un importante indice di qualità. Per trovare l’ospedale migliore, anche qui bisogna restare nell’Italia centro-adriatica, in Abruzzo, con il “Mazzini” di Teramo, che però condivide il primato (lo 0,5 per cento di decessi contro una media nazionale del 2,45) con la palermitana casa di cura “Villa Maria Eleonora”. Mentre i peggiori risultati sono quelli dell’azienda ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano” di Caserta, con il 16,1 per cento di decessi.

4. “I giorni di degenza successivi a un intervento chirurgico di colecistectomia laparoscopica. Mediamente ne sono necessari quattro. I tempi si dimezzano in due strutture piemontesi, due toscane, una veneta, una marchigiana, una lombarda; mentre raddoppiano in due strutture abruzzesi, due laziali, una piemontese, una pugliese.

5. “Tempo d’attesa per un intervento chirurgico in seguito alla frattura del collo del femore. Ad oggi, c’è una sola struttura in Italia a garantire questa tempistica ed è l’ospedale “San Francesco d’Assisi” di Oliveto Citra, in provincia di Salerno. Solo altri otto ospedali riescono a garantire l’operazione entro 48 ore: tre in Lombardia, tre nella Provincia autonoma di Bolzano, uno in Veneto e uno in Toscana. E se campano è il record positivo, campano è anche quello negativo: ben 31 giorni di attesa per chi bussa alla porta dell’ospedale “Landolfi” di Solofra, Avellino”.

Nota Alessandro Giorgiutti che

“i dati sono in parte sorprendenti per chi è affezionato ai luoghi comuni: non è raro infatti trovare strutture di eccellenza al Centrosud. Anche se è vero che al Sud si concentrano in genere le strutture con le prestazioni più negative. La vicinanza di ospedali virtuosi e pessimi all’interno di una stessa area geografica è un altro fattore degno di nota.

“La Campania ospita una struttura ottima per chi è colpito da un infarto a Battipaglia (il “Santa Maria della Speranza”: mortalità dopo 30 giorni al 3,2 per cento) e una pessima a Santa Maria Capua Vetere (il “San Giuseppe e Melorio”: mortalità al 21,8 per cento).

“Dopo un ictus, nell’ospedale “SS. Antonio e Margherita” di Tortona si ha solo il 6 per cento delle possibilità di morire nei primi trenta giorni di ricovero, ben al di sotto della media nazionale dell’11,6 per cento, ma all’ospedale “Santo Spirito” di Casale Monferrato la percentuale sale al 24,5 per cento.

“In Veneto tra l’ospedale di Conegliano e quello di Vittorio Veneto la distanza, in macchina, è ancora minore: nel primo la percentuale di decessi è del 20,3 per cento, nel secondo è del 5,4 per cento”.

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