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Argentina, la moneta ai minimi storici “Stop ai controlli sugli scambi di dollari”
#1
Svalutazione record del peso: mai così male dal 2001, l’anno del grande default.

Il governo Kirchner: da lunedì ok all’acquisto di soldi Usa per «persone fisiche»
Ma l’inflazione schizza: più 20 per cento sui prodotti, non solo quelli importati

PAOLO MANZO
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BUENOS AIRES

Se ieri è stata la peggior giornata per l’economia argentina dal default di fine 2001, con una svalutazione del peso nei confronti del dollaro che sembrava irrefrenabile – da 7,15 fino ad 8,60 quando la Banca Centrale di Buenos Aires è intervenuta vendendo in pochi minuti 180 milioni di US$ e facendo rientrare il cambio a quota otto – oggi è stata la giornata degli annunci “misteriosi” e dell’inflazione galoppante.

AUTORIZZATI I DOLLARI «PER LE PERSONE FISICHE»
Erano infatti da poco passate le 8 del mattino a Buenos Aires quando Jorge Capitanich, il capo di Gabinetto di Cristina Kirchner – che per la cronaca stanotte vola a Cuba nel suo primo viaggio aereo dopo l’operazione di ottobre - faceva una comunicazione di appena un minuto, pochissimo per lui, solitamente, molto ciarliero.«Abbiamo deciso di autorizzare l’acquisto di dollari per le persone fisiche d’accordo con i redditi da loro dichiarati. Contemporaneamente abbiamo deciso di abbassare la tassazione sulle spese all’estero con carte di credito dal 35% al 20%. La decisione è stata presa perché il Governo ritiene che il prezzo del dollaro abbia raggiunto un livello accettabile a 8 pesos per 1 dollaro per i nostri obiettivi della politica economica. Queste misure entreranno in vigore da lunedì». Capitanich non ha risposto a nessuna domanda dei tanti giornalisti presenti mentre il ministro dell’Economia Axel Kicillof che lo accompagnava ha detto, visibilmente nervoso, una sola frase: «Gli stessi che ci hanno detto per dieci anni che un dollaro valeva un peso, oggi vogliono convincerci che un dollaro vale 13 pesos. Traete voi le vostre conclusioni».

PREZZI IN SALITA VERTIGINOSA
Poco dopo, nella capitale argentina iniziava un fenomeno preoccupante, ovvero alcune grandi catene di elettrodomestici, mobili ed utensili vari, hanno iniziato ad aumentare, in tutta fretta, i prezzi. E, si badi, non solo dei beni importati e, dunque, legati al dollaro. Un piccolo impianto di aria condizionata di un celebre marchio che produce nel paese del tango, ad esempio, «ha avuto il prezzo aumentato del 20% rispetto a ieri», mi spiega il commesso. E, sempre da stamane, è sempre più comune vedere al posto dei prezzi esposti nelle vetrine dei cartoncini bianchi, sinonimo della grande incertezza del momento. Aumenti anche per lavatrici e cucine componibili, per lavastoviglie e frullatori, in alcuni casi anche del +25% rispetto a lunedì.

ASPETTANDO LUNEDì
Pochi mesi fa il governo Kirchner - all’epoca all’Economia c’era Lorenzino - aveva affermato che il suo cambio ideale del peso con il dollaro era a quota 6 mentre Moreno, responsabile del Commercio interno all’epoca, aveva annunciato “prezzi fissi” per una serie prodotti, negando che in Argentina fosse alle porte un problema inflazionario. E mentre i commercianti, anche quelli degli alimentari, oggi non sanno come rinnovare i listini e le agenzie di viaggio si basano su un dollaro turismo quotato a 9,5 con il peso, le case di cambio ufficiali aspettano lunedì per vedere che succederà. Sarà la fine del “cepo”, come gli argentini hanno ribattezzato il controllo del governo sul dollaro e come sostengono alcuni o la burocrazia (dell’Afip, l’ente preposto ad autorizzare l’acquisto di dollari, ndr) limiterà al massimo l’acquisto di dollari da parte delle “persone fisiche”? Non lo sa nessuno. L’unica cosa certa è che se venisse liberalizzato davvero il dollaro, la Banca Centrale che sta perdendo in media 80 milioni di dollari al giorno di riserve per limitare la svalutazione ulteriore del peso, rischia di trovarsi a secco in poco, pochissimo tempo. Per la cronaca, in questo momento chi cambia (illegalmente) nel microcentro di Buenos Aires vende dollari a 13 e li compra a 12 pesos. I cosiddetti “dolar blue” insomma sono già a 13 e non ad 8, la quota definita “accettabile” poche ore fa da Capitanich.

NON SIAMO NEL 2001
Per descrivere queste ore in Argentina molti impropriamente stanno rispolverando il default del 2001. Scordatevi questa analisi perché l’attuale crisi è di tutt’altro genere. Piuttosto, se proprio volete fare dei parallelismi con il passato, segnatevi questa parola: Rodrigazo. Era infatti il 4 giugno del 1975 quando l’allora ministro dell’Economia argentino Celestino Rodrigo passò tristemente alla storia annunciando una svalutazione del 150% del peso rispetto al dollaro, controbilanciato da un aumento dell’80% degli stipendi dei lavoratori. Il risultato, oltre a causare una crisi irreversibile nel già pessimo governo di Isabelita Perón, portò Buenos Aires ad un’inflazione che a fine 1975 sfiorò il 200%. La speranza di tutti è che la storia non si ripeta. Molto dipenderà da cosa deciderà e riuscirà a fare nei prossimi giorni l’équipe economica di Cristina Kirchner, a cominciare dal ministro Axel Kicillof e dal presidente della Banca Centrale, Juan Carlos Fábrega. Il rischio di una spirale svalutazione-inflazione, comunque, c’è e già la sua esistenza è una iattura per l’Argentina perché, ça va sans dire, ha già un costo. La Bolivia, non la Svizzera, riesce ad esempio a raccogliere finanziamenti dall’estero ad un tasso poco superiore al 4%. Una percentuale che Buenos Aires oggi può solo sognare.

La Stampa - Argentina, la moneta ai minimi storici “Stop ai controlli sugli scambi di dollari”
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Mike:"You know what happened. The question is, can you live with it?”

"Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l'aspetto di giganti"
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#2
"facciamo come l'Argentina, ritorniamo alla lira, default, e si riparte alla grande!!!" (cit)
Cosi forse è più chiaro cosa voglio dire....


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#3
I Big Mac e i guai dell'Argentina - Il Post
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I problemi di questi giorni della moneta e dell'inflazione c'entrano anche con i creativi trucchi del governo per occultarli

Da diversi anni il governo argentino manipola il prezzo dei Big Mac, il più famoso panino della catena di fast food McDonald’s. Non si tratta di una leggenda metropolitana e le prove sono parecchie. Ad esempio: dal 2011 ad oggi, nonostante un’inflazione ufficiale del 10 per cento (e una reale più che doppia), il prezzo di un Big Mac è rimasto sempre 20 peso. Un’altra prova è che i McDonald’s in Argentina non vendono Big Mac. O meglio, fanno di tutto per cercare di non venderli: non sono segnalati nei menù più in vista dei vari ristoranti e non ricevono alcun tipo di pubblicità.

Tutti gli altri panini di McDonald’s, anche quelli più piccoli, costano da un terzo al doppio più del Big Mac. In altre parole, il prezzo dei Big Mac è inferiore al suo costo di produzione e per questo motivo la società cerca di non venderli. Diversi giornali, sia argentini che internazionali, hanno cercato di spiegare quest’anomalia. La risposta che hanno dato più o meno tutti è la stessa: il governo ha imposto a McDonald’s di tenere basso il prezzo dei Big Mac per fare una bella figura sull’”indice Big Mac“, che il settimanale Economist pubblica ogni anno per confrontare le economie mondiali (questa settimana è uscito quello per il 2014).

L’indice Big Mac è un criterio con cui l’Economist ogni anno misura se la moneta di un paese è sopravvalutata o meno. La teoria economica che ci sta sotto è quella della parità di potere d’acquisto (PPA, in inglese PPP, purchasing-power parity), e cioè che i tassi di cambio tra le diverse valute dovrebbero tendere verso un identico prezzo in tutto il mondo per uno stesso paniere di beni e servizi. Tenendo artificialmente basso il prezzo del Big Mac, il governo argentino riesce a far sembrare il peso una moneta addirittura sottovalutata rispetto al dollaro. Le cose invece stanno diversamente.
Questa settimana il valore del peso è crollato del 15 per cento. Soltanto giovedì, la banca centrale argentina è dovuta intervenire acquistando moneta per bloccare la caduta ed evitare che superasse il 10 per cento in una sola giornata (una caduta che ha contribuito ai cattivi risultati delle borse di questa settimana). Nonostante questo crollo, il cambio ufficiale dollaro/peso è ancora molto inferiore a quello del mercato nero: questo significa che il cambio ufficiale peso/dollaro è ancora troppo elevato e che il peso ufficiale vale molto meno di quanto il governo cerca di far credere.

In realtà, anche in seguito alle politiche della banca centrale argentina che ha abbondantemente finanziato i governi di Cristina Kirchner (l’attuale presidente, in carica dal 2007), in Argentina l’inflazione si trova tra il 20 e il 25 per cento. Il governo si è sempre rifiutato di ammetterlo e nei suoi documenti ufficiali parla di un tasso di inflazione non superiore al 10 per cento. Tra le altre misure adottate per fra credere che il peso non stia rapidamente perdendo il suo valore c’è anche l’imposizione di un cambio troppo elevato con il dollaro.

Se qualcuno nel resto del mondo può essere ingannato da queste misure e credere che quello di Kirchner sia un modello virtuoso di politiche economiche, per gli argentini le cose stanno diversamente. Per sfuggire all’inflazione – e al fatto che i salari non si adeguano con la stessa velocità - cercano di fare una cosa normale in questi casi: acquistare monete stabili – come il dollaro – oppure auto di lusso o proprietà denominate in dollari. Per farlo, però, hanno bisogno di dollari e per procurarsi dollari bisogna rivolgersi alla banca centrale (o ad altre banche che a loro volta si rivolgono alla banca centrale). Il vero problema dell’Argentina è che le riserve di dollari in mano alla banca centrale stanno scendendo molto rapidamente. Erano 52 miliardi nel 2011, mentre oggi sono scese a 29 miliardi. Queste riserve di dollari sono molto importanti, perché l’Argentina deve utilizzarle per pagare i suoi debiti denominati in dollari, contratti dopo il default del 2001, quando l’Argentina è uscita dal mercato internazionale del debito (da quando, in altre parole, nessuno compra più debito Argentino).

Se la gente chiede dollari, ma il governo non vuole perdere le sue riserve, si può ricorrere a soluzioni molto originali. L’ultima trovata del governo è stata quella di questi giorni: svalutare improvvisamente il peso, in modo che acquistare dollari divenga meno conveniente anche al tasso ufficiale. La soluzione però, secondo quasi tutti i commentatori, avrà molti effetti collaterali, come ad esempio rendere più costose le importazioni e quindi far salire ancora di più l’inflazione. Oggi, su alcuni dei principali giornali argentini, si parla proprio del timore di un’ulteriore aumento dei prezzi. Il governo ha promesso di combattere ogni aumento “ingiustificato” adottando severissime regolazioni dei prezzi (che rischiano a loro volta di portare ad un effetto “venezuelanoWink.

Negli ultimi anni il governo Kirchner ha adottato soluzioni anche più creative. Come ad esempio lalegge contro l’e-commerce, oppure i regolamenti che impongono ai concessionari di auto di esportare beni argentini di valore pari alle auto che importato. Oggi è normale per un venditore di automobili esportare vino, noccioline e carne. In questo modo, questa era l’idea del governo, si pareggia l’uscita di dollari per comprare automobili, con l’entrata di dollari grazie all’esportazione di noccioline.

Come abbiamo visto tutte queste soluzioni non hanno avuto una grande efficacia. Le riserve di dollari della banca centrale sono continuate a diminuire, l’inflazione è ormai fuori controllo mentre le restrizioni al cambio che sono state imposte dal governo hanno danneggiato l’attività economica. Venerdì 24 gennaio, il governo argentino ha annunciato che ridurrà le restrizioni al cambio, mentre nelle scorse settimane aveva ripreso i colloqui con il cosiddetto “club di Parigi”, formato dai suoi principali creditori ancora in attesa di pagamento e ha iniziato a trattare un risarcimento con Repsol, la società spagnola proprietaria della raffineria espropriata due anni fa dal governo. Queste decisioni sono state definite una “resa” del governo argentino e un passo nella giusta direzione. Secondo quasi tutti i commentatori, però, non sono abbastanza e, probabilmente, sono arrivate troppo tardi.
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Mike:"You know what happened. The question is, can you live with it?”

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#4
Il giappone e l`america stampano denaro a tutto spiano ,e non hanno il problema dell`inflazione ,chi me lo spiega come mai ? Smile io un'idea la avrei
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Contro un fatto non c'è argomento che tenga.
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#5
per qualcuno era un esempio da prendere....ahhahahhahahahahha!!
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#6
Gia' .... stiamo cosi' bene ,perche' andiamo a rischiare qualcosa ? Con l'euro stiamo in una botte di ferro ....... hahahahahahhahahah. Roba da matti.........
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Contro un fatto non c'è argomento che tenga.
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#7
il vostro ancestrale principio di distribuzione della povertà,..... fa rabbrividire!!!...
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#8
http://www.lastampa.it/2014/01/26/esteri...agina.html

“I nostri soldi non valgono più niente”Il peso ha perso il 12,5% del suo valore in un giorno,*
i cambiavalute abusivi fanno affari d’oroAFP
Buenos Aires, la vetrina di una banca: le quotazioni cambiano continuamente
FILIPPO FIORINIBUENOS AIRES
Cambio, euro, dolares, reales, cambio, cambio, cambio. Ehi, bello, vuoi cambiare?». Il ragazzo che ripete la cantilena ha l’aspetto tipico di uno spacciatore. Tuta di nylon, orecchini fluo e un profumo eccessivo, solo che nelle sue tasche non ci sono polveri o pastiglie, ma banconote, almeno quattro valute diverse. «Quanto costa l’euro, amigo?». Tredici e cinquanta. Quattordici e settanta. Quindici. Ognuno ha il suo prezzo. Se sei un commerciante, un impiegato o un turista nell’Argentina di questa fine gennaio 2014, hai visto il peso diventarti carta straccia tra le mani (-125% in un giorno) e hai sentito il ministro dell’Economia promettere che lunedì ti lascerà comprare i dollari, per mettere al sicuro i tuoi risparmi. Nel frattempo, mentre decidi se crederci o no, ci sono 72 ore di attesa, dubbi e necessità. *
*
Emanuel fa il cambiavalute clandestino da circa due anni. Più o meno da quando il governo di Cristina Kirchner ha deciso di vietare a lui e a tutti i suoi concittadini di comprare monete estere, se non in piccole quantità, per frenare l’emorragia di dollari dalle casse della Banca Centrale. Nel gergo della finanza locale è un arbolito, un alberello, che sta sul marciapiede a far gli scambi. Ha lo sguardo onesto, un flirt con la fioraia all’angolo e una certa antipatia per la polizia fiscale: «Non mi lasciano lavorare». Da quando venerdì mattina i ministri Capitanich e Kicilloff hanno annunciato che il freno cambiario sarà allentato, ha visto le sue banconote straniere perdere il 3% del valore, ma i clienti non sono calati e ride se gli si chiede chi guadagna di più tra lui e il commesso del negozio qui accanto. *
*
Eppure, anche quel commesso potrebbe essere a sua volta un arbolito. Quelle che gli argentini chiamano «caverne» del cambio clandestino, infatti, si nascondono dietro le attività più diverse. Quattro turisti comaschi, che hanno appena trascorso 20 giorni in Patagonia, sono venuti nella city a cambiare 10 euro per le ultime spese prima della partenza. Appena arrivati, il tour operator di Livorno li ha accompagnati in un negozio di souvenir alla Boca, dove per ricordo si sono portati via una mazzetta di banconote. «Lì cambiare è più sicuro rispetto alla strada - dicono quasi divertiti dalla situazione - ma il prezzo è peggiore». *
Tutto sommato, a loro è andata anche bene. Edgar, un cileno corpulento, è stato mandato in macelleria. «Ho comprato un pollo con 100 dollari e di resto mi hanno dato 952 pesos, cioè, mi hanno scalato il costo del pollo. Se ci pensavo prima cambiavo di più, perché adesso mi tocca comprarne un altro». Emanuel, il macellaio e tutti i loro colleghi esistono perché esiste il bisogno di investire in beni durevoli. Le restrizioni al cambio, invece, sono state messe perché con le esportazioni basse e una forte domanda interna di dollari, le riserve si stavano prosciugando (-30% nel 2013). *
*
L’alternativa alle banconote e all’oro sono le case o le automobili. Il ceppo sui dollari ha bloccato le vendite nel mercato del mattone, che prima funzionava solo coi biglietti verdi e adesso scambia quasi solo contratti d’affitto corti e facili da adeguare all’inflazione. D’altra parte, i concessionari auto saranno aperti come al solito nel week-end, ma senza poter vendere. «Faccio vedere la macchina, ma non posso dire il prezzo. Realmente non ho idea di quanto costi finché non aprirà la Borsa lunedì», racconta Eduardo, 36 anni nel settore. Dall’altro lato della strada, Gaston gli fa eco: «Ieri ne ho venduta una e adesso non so cosa dirà il capo. La gente insiste per comprare. È convinta che la prossima settimana l’auto varrà più dei pesos che ci ha speso, ma noi non capiamo se ci conviene o no. *
*
Abituati e quasi rassegnati alle crisi cicliche, gli argentini sbuffano, imprecano e sperano, ma sembrano tutti d’accordo su una cosa: questa volta non è dura come nel 2001, quando il default gettò il Paese nel caos. O almeno sembra, visto che anche i procuratori di calcio hanno spento i cellulari: «Questa settimana non si muoverà niente - dice Ezequiel Manera, manager di José El Principito Sosa, passato per il Napoli e ora all’Atletico Madrid - ma non preoccupatevi, i grandi campioni si trattano sempre, anche con una guerra in corso».*

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#9
di: WSIPubblicato il 27 gennaio 2014| Ora 13:27

Analista: "anni di interventismo e popolIsmo della famiglia Kirchner hanno minato clima investimenti".

NEW YORK (WSI) - Argentina osservata speciale, dopo che il peso ha perso quasi -20% nei confronti del dollaro la scorsa settimana.

Fuga dalle valute dei mercati emergenti, con i sell off che hanno continuato a colpire nelle ultime ore la lira turca, il rand sudafricano, il real brasiliano, il rublo russo, tutte monete che oscillano al minimo in diversi anni.

Riguardo al caso del peso argentino, gli smobilizzi sono iniziati nel momento in cui la Banca centrale del paese ha ridotto il sostegno alla valuta. "Anni di interventismo e di populismo economico sotto l'egida del presidente Cristina Kirchner e di suo marito, che l'ha preceduta, hanno minato il clima di investimenti e alimentato una inflazione galoppante", ha commentato Patrick Chovanec, managing director presso Silvercrest Asset Management Group, in una nota.

"Questi problemi hanno portato i capitali a lasciare il paese, e ci sono sempre più dubbi sulla capacità del paese di impedire che il peso collassi ulteriormente".

gladio70 Ha scritto:Il giappone e l`america stampano denaro a tutto spiano ,e non hanno il problema dell`inflazione ,chi me lo spiega come mai ? Smile io un'idea la avrei

Noi italiani con l'euro che tasso di inflazione abbiamo?

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2...id=AB4JZap

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