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AMBIENTE: viaggio tra i luoghi più inquinati d'Italia
#11
Pattumiera Italia:
VESUVIO: rifiuti che emanano esalazioni tossiche alle pendici del parco nazionale. La scoperta fatta dal corpo forestale.

[Immagine: n-VESUVIO-large570.jpg?7]


Scoperta dal Corpo forestale dello Stato una vasta area di oltre 2.500 metri quadrati utilizzata per lo stoccaggio di rifiuti che emanano esalazioni velenose a San Giuseppe Vesuviano, nel Parco nazionale del Vesuvio. La discarica a cielo aperto in località Vasca di Pianillo, a ridosso dell'area protetta, è stata individuata proprio a causa delle forti emissioni tossiche sprigionate dai rifiuti accumulati nel corso del tempo. Tali esalazioni non solo mettono in pericolo l'habitat delle specie animali e vegetali del Parco del Vesuvio, ma possono causare gravissimi danni alla salute dei cittadini.

Le indagini, tuttora in corso, da parte del Corpo forestale dello Stato sono scattate a seguito dell'emergenza dei roghi dei rifiuti tossici in Campania e del gravissimo impatto ambientale che questi hanno sull'intera collettività.

A San Giuseppe Vesuviano la situazione è ancora più grave in quanto si tratta di un sito di stoccaggio non ancora bonificato. L'operazione odierna, infatti, rientra tra quelle effettuate dalla forestale per la tutela ambientale del Parco nazionale del Vesuvio, al fine di rendere più vivibile una zona che per anni è stata gravemente danneggiata.

L'intervento di oggi condotto dal personale del coordinamento territoriale per l'ambiente di San Sebastiano al Vesuvio del Corpo forestale dello Stato, con l'ausilio dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale in Campania (Arpac), ha lo scopo di risalire ai responsabili dello scempio ambientale, al motivo della mancata bonifica di tale sito e soprattutto ha l'obiettivo di mettere in atto le necessarie misure per la messa in sicurezza dell'intera area per salvaguardare l'ambiente e la salubrità dell'aria.
http://www.huffingtonpost.it/2013/12/10/..._ref=italy
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#12
Ecco i limoni che "sforna la terra dei fuochi"

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La foto di Salvatore fa il giro del web: "Ecco i limoni che sforna la Terra dei Fuochi"
Il Corpo forestale dello Stato ha scoperto una vasta area di oltre 2.500 metri quadrati che veniva utilizzata per lo stoccaggio di rifiuti velenosi a San Giuseppe Vesuviano, nel Parco Nazionale del Vesuvio. In località Vasca di Pianillo la discarica, a cielo aperto, è stata scoperta vicino all'area protetta.

A far scattare l'allarme sono state le insopportabili emissioni tossiche sprigionate dai rifiuti accumulati negli anni in quel punto. Il Corpo forestale dello Stato spiega che esalazioni del genere "non solo mettono in pericolo l’habitat delle specie animali e vegetali del Parco Nazionale del Vesuvio, ma possono causare gravissimi danni alla salute dei cittadini”.

Sta facendo intanto il giro del web una foto di Salvatore Esposito, pubblicata da Fanpage.it. Lui è un giovane residente di Mugnano. Ha mostrato all'Italia intera come sono i limoni della Terra dei Fuochi: una mostruosità, ma gli esperti comunicano che associare all'inquinamento la forma dei limoni non è possibile. Sarebbe tutta colpa dei parassiti.
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#13
Processo Chernobyl: ecco le altre "Terre dei fuochi" in Italia



Processo Chernobyl: ecco le altre "Terre dei fuochi" in Italia
„L'affare sporco dello smaltimento illegale di rifiuti tossici e pericolosi investe tutte le province della Campania e parte della Puglia: trentotto imputati tra imprenditori, autotrasportatori e agricoltori che si sono prestati a sotterrare nei loro terreni, in cambio di poche centinaia di euro, veleni spacciati per fertilizzante. Un giro d'affari di 50 milioni di euro. Eppure sul processo Chernobyl incombe lo spettro della prescrizione“



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Processo Chernobyl: ecco le altre "Terre dei fuochi" in Italia

ROMA - I gestori di impianti di compostaggio distribuivano i veleni ai contadini, i titolari delle società alle quali era affidato lo smaltimento di quattro depuratori della Campania non smaltivano legalmente, gli autotrasportatori sversavano i rifiuti pericolosi nei fiumi e nei terreni. E poi gli agricoltori consenzienti che accettavano di sotterrare quei veleni nei loro appezzamenti, chiudendo un occhio - e l'altro pure - in cambio di 600 euro a camion. 980.000 tonnellate di rifiuti pericolosi abbandonati nell'ambiente e un giro d'affari da capogiro stimabile, per difetto, in 50 milioni di euro, soltanto nel periodo di attività illecita monitorata, dal gennaio 2006 al luglio 2007. Queste le accuse.

Il processo Chernobyl (non ancora partito) è la descrizione agghiacciante di un mercato criminale, fermato soltanto nel 2007 grazie alle indagini partite dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, e di un attentato alla salute pubblica. Uno scempio ambientale consumato prima in provincia di Napoli e Caserta e poi nel resto della regione, a Salerno (Vallo di Diano, Picentini e Piana del Sele), Avellino e Benevento. Fino a lambire la Puglia, in particolare la provincia di Foggia. Un nome terribile - Chernobyl, come la città ucraina tristemente nota per il disastro ecologico provocato dallo scoppio del reattore nucleare - ma anche una storia già nota, quella della Campania che rappresenta il crocevia dello smaltimento dei rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia. E dove la "Terra dei fuochi" di cui leggiamo sulle cronache nazionali non sembra essere circoscritta soltanto ai territori napoletani e casertani.

L'ITER PROCESSUALE LUNGHISSIMO - Eppure, oggi, sul processo Chernobyl incombe il rischio della prescrizione, almeno per i reati minori, perché i termini scadranno a marzo. Com'è possibile? L'udienza preliminare del processo è stata rinviata al 30 gennaio prossimo dal gup di Salerno Dolores Zarone per difetto di notifica di alcuni atti, dopo il passaggio del procedimento dalla prima sezione penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a quello di Salerno, perché i reati più gravi contestati ai 39 imputati (uno dei quali è deceduto nel 2010) sarebbero avvenuti proprio nel salernitano, oltre che al confine tra l'avellinese e il beneventano e nel foggiano. Un iter lunghissimo, insomma, che tra fascicoli trasferiti da una procura all'altra e competenze territoriali dei tribunali, rischia di far cadere tutto nel dimenticatoio.

LE ACCUSE E LE AZIENDE COINVOLTE - Cinque società specializzate nel compostaggio o nello smaltimento di scorie tossiche e nocive. Quattro depuratori - Cuma a Napoli Ovest, Orta di Atella a Napoli Nord, Area casertana a Marcianise e Mercato San Severino - destinati per legge al trattamento delle acque reflue. Mette i brividi il decreto con il quale Donato Ceglie, sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere, nel luglio 2007 chiese al gip Marcello De Chiara il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, localizzando nel dettaglio le "Terre dei fuochi" campane e foggiane. La richiesta è stata ribadita, nel settembre 2013, al gup Zarone anche dai pm salernitani Rocco Alfano, Mariacarmela Polito e Giancarlo Russo. Le accuse del sostituto procuratore Ceglie sono gravissime: associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti ambientali, traffico illecito di rifiuti speciali, disastro ambientale doloso che determina "palesi, evidenti, gravissime conseguenze negative e pericolose per la salute dei cittadini", gestione illecita di rifiuti inquinanti dispersi nell'ambiente, danneggiamento aggravato, falso e truffa aggravata ai danni di enti pubblici. Tutte attività che sarebbero state commesse in associazione, attraverso una conduzione e una gestione illecita, da cinque aziende: la Naturambiente di Castel Volturno (Caserta), la Sorieco di Castelnuovo di Conza (Salerno), la Frama di Ceppaloni (Benevento), l'Ecologia Agizza di Napoli e la Espeko di Quarto (Napoli).

LA MAPPA DELLE ALTRE "TERRE DEI FUOCHI" - Grazie a centomila conversazioni telefoniche intercettate e decine di ore filmate dai carabinieri del Noe, la procura casertana ha mappato i terreni agricoli e i fondi usati come discariche abusive e sversatoi di rifiuti tossici e pericolosi. Sono ben sei in provincia di Salerno: località Tempa Cardone a San Pietro al Tanagro (12.000 mq); località Buco Vecchio a Teggiano (10.000 mq); località Sanizzi a Sant'Arsenio (due aree agricole di 5.000 e 10.000 mq separate da una strada sterrata); località Via Larga a San Rufo (4.000 mq); terreni privati in località Serroni a Montecorvino Rovella; terreni privati in località Ponte Barizzo a Capaccio. Il gruppo criminale, secondo l'accusa, agiva anche in Irpinia, a Petruro Irpino e soprattutto nel comune di Chianche (1500 mq circa), dove in alcuni casi i materiali venivano scaricati direttamente sulla sponda del fiume Sabato, e nel beneventano (in un'area di 5000 mq nel comune di Ceppaloni). I rifiuti speciali, si legge ancora nel decreto di richiesta di rinvio a giudizio, venivano abbandonati anche in contrada Posta Poppi nel comune di Foggia e in contrada Vado Leone del comune di Lucera, sempre nel foggiano. I magistrati casertani, negli atti, descrivono quattro direttrici per lo smaltimento illecito dei rifiuti:

Processo Chernobyl: ecco le altre "Terre dei fuochi" in Italia

Prima direttrice: Caserta e provincia, Napoli e provincia attraverso l'attività illecita dell'impianto denominato Naturambiente e l'impianto di depurazione denominato Espeko S.r.l. (impianti utilizzati per lo smaltimento illecito dei rifiuti provenienti dai depuratori di Marcianise, Orta di Atella in provincia di Caserta e Cuma in provincia di Napoli, nonché i rifiuti liquidi provenienti dal porto di Napoli e dai lidi balneari del litorale domizio);

Seconda direttrice: Salerno e provincia, attraverso l'utilizzo illecito dell'impianto denominato SO.RI.ECO. S.r.l.; qui venivano smaltiti rifiuti provenienti dai depuratori di Marcianise, Orta di Atella in provincia di Caserta, Cuma in provincia di Napoli e Mercato San Severino in provincia di Salerno;

Terza direttrice: Benevento e provincia, attraverso l'utilizzo illecito dell'impianto denominato FRA.MA (presso il quale venivano conferiti e ripartivano per essere smaltiti illegalmente nei terreni agricoli e nell'ambiente i rifiuti prodotti dalla SO.RI.ECO.),

Quarta direttrice: Foggia e provincia, attraverso l'individuazione di numerosi terreni agricoli sui quali venivano smaltiti illegalmente fanghi tossici provenienti dall'impianto della FRA.MA e della SO.RI.ECO.

I RIFIUTI INTERRATI - Nel decreto firmato dal sostituto procuratore Donato Ceglie c'è anche la lista dei rifiuti interrati e dispersi nell'ambiente. E' riportata in maniera dettagliata. Si tratta di scarti di tessuti vegetali, pietrisco, urine e letame di animali (comprese lettiere usate), fanghi derivanti da trattamenti di lavaggio, sbucciatura, centrifugazione, distillazione di bevande alcoliche, ceneri di carbone, imballaggi di carta e cartone, miscugli di cemento e ceramica, liquami di origine animale, scarti dall'eliminazione di sabbie, rifiuti di mercati e mense, reflui di acque urbane, reflui industriali, fanghi da fosse settiche di ospedali, abitazioni civili e persino di navi approdate al porto di Napoli. E poi, soprattutto, i fanghi tossici provenienti dal ciclo di lavorazione dei quattro impianti di depurazione campani, ovvero quelli di Napoli Ovest (Cuma), Napoli Nord (Orta di Atella), Area casertana (Marcianise) e Mercato San Severino (Salerno).

COME FUNZIONAVA IL SISTEMA - Il sistema criminale è stato svelato grazie alle intercettazioni telefoniche, i pedinamenti, i blitz dei carabinieri del Noe e i filmati che riprendevano in flagranza di reato gli indagati "a smaltire tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici nei fiumi, nei terreni, sui fondi agricoli sui quali di lì a poco sarebbero stati seminati e coltivati ortaggi". In sostanza, secondo gli inquirenti, "i rifiuti che dovevano essere smaltiti negli impianti di compostaggio di proprietà delle cinque ditte coinvolte in realtà non ricevevano il necessario trattamento, ma venivano dispersi nell'ambiente". Invece di produrre il cosiddetto compost, "si procedeva alla famelica ricerca di terreni agricoli sui quali scaricare i rifiuti speciali che agricoltori compiacenti accettavano di infossare nei propri terreni in cambio di circa 600 euro a viaggio". Come se non bastasse, laboratori di analisi corrotti (i direttori figurano tra gli imputati), producevano secondo l'accusa falsi certificati FIR (formulario di identificazione del rifiuto) "attestando l'avvenuto e corretto smaltimento di rifiuti provenienti dagli impianti di depurazione e compostaggio". Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i fanghi che entravano nei silos di compostaggio si trasformavano, miracolosamente, in concime, con tanto di nulla osta sanitario. Ciò che non riusciva a essere riciclato negli impianti, finiva nei fiumi, nel Sabato e nei confluenti Calore e Volturno. Nel sistema illegale venutosi a creare, insomma, le aziende imputate "erano al tempo stesso controllati e controllori, oltre ad avere a disposizione gli impianti di compostaggio ed essere coloro che, sulla carta, trasportavano compost negli impianti".

In alcuni campioni di falso "compost di qualità" relativo alle aree interessate dall'operazione Chernobyl, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Caserta hanno trovato tracce di cromo esavalente, sostanza altamente tossica e con effetto cancerogeno che finiva mischiata al terreno agricolo. Veleno usato come concime, insomma. Ecco perché, in base alle ipotesi accusatorie, non è allarmistico parlare di attentato alla salute pubblica. Non solo. C'è anche l'aspetto economico. Quasi un milione di tonnellate di rifiuti pericolosi trattati in maniera illegale è un affare che avrebbe fruttato almeno cinquanta milioni di euro, oltre ai sette milioni e mezzo di evasione dell’ecotassa. Scrivono i magistrati: "Adottando simili condotte, con artifici e raggiri consistiti nel far apparire formalmente rispettati gli obblighi e i doveri relativi alle procedure di smaltimento degli imponenti quantitativi di rifiuti trattati, i soggetti traevano in inganno gli enti pubblici contraenti ed in particolare non corrispondendo la cosiddetta ecotassa, alla quale sarebbero stati tenuti con il conferimento presso discariche autorizzate degli ingenti quantitativi di rifiuti dagli stessi smaltiti".

Per sapere se i 38 indagati nell’ambito dell’inchiesta Chernobyl saranno o meno rinviati a giudizio bisognerà attendere il prossimo 30 gennaio, quando dovrebbe finalmente tenersi l'udienza preliminare al Tribunale di Salerno. L'iter lunghissimo, però, ha posto il processo a rischio prescrizione, almeno per i reati minori, poiché i termini scadranno a marzo. Le parole del giudice Dolores Zarone, nel corso dell'udienza dello scorso 5 dicembre, aperta e subito rinviata, sono eloquenti: "Questo processo è morente".
inquinamento

http://www.today.it/cronaca/processo-che...uochi.html
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#14
Anche a Prato si temono discariche di rifiuti tossici

Lo scandalo dei rifiuti di allarga e coinvolge, dopo Napoli anche la Toscana. Così almeno sembra stando a una dichiarazione rilasciata dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e diffusa in esclusiva all'agenzia americana Associated Press. Si tratterebbe di un traffico di rifiuti destinato ai Paesi dell'Est e nella capitale del distretto tessile ci sarebbe una discarica di quei materiali. Fino ad ora il traffico che partiva soprattutto dalle industrie del Nord finiva nella Terra dei fuochi. Gli investigatori infatti hanno scoperto che le campagne intorno a Napoli sono contaminate da arsenico e altre sostanze pericolose.

Lo scorso 21 novembre era stata la Fondazione Caponneto di Firenze a dare l'allarme sostenendo che i casalesi avrebbero spostato in primis in Toscana lo sversamento di rifiuti tossici. "Forse ci siamo tutti un po' distratti con le vecchie dichiarazione di Schiavone rese note a molti anni di distanza ma pochi giorni fa il nuovo Procuratore Antimafia ha fatto, nel silenzio generale, questa denuncia eppure tutti stanno zitti, magari in attesa del
prossimo inutile clamore mediatico" aveva spiegato Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto. "Abbiamo dei sospetti sulle localita' - aveva proseguito - ma sappiamo che si sta indagando e quindi non facciamo un favore alle cosche e ai clan mettendoli in allarme. Spero che, nell'ottica che e' propria dell'attivita' della Fondazione, cioe' dell'Antimafia del giorno prima, si tenga conto di questa situazione e di questo allarme lanciato dai magistrati nel silenzio generale".

"Voglio ricordare che l'ARPAT - come si può constatare anche dalla homepage del suo sito - è stata in prima linea nelle indagini attualmente in corso da parte dell'autorità giudiziaria. - ribatte il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi - Il monitoraggio ha coinvolto diverse aziende che in regione gestiscono indumenti usati, come accessori e capi di abbigliamento, oltre ad altri manufatti tessili. Siamo di fronte a fenomeni di traffici illegali di rifiuti speciali non pericolosi. Di certo la Regione non ha abbassato la guardia sul fenomeno criminale mafioso. Non è un caso che nelle mie prime dichiarazioni sul caso Prato abbia usato il termine "criminalità organizzata". Proprio sulle sinergie tra mafie italiane e straniere, la Regione sta intervenendo e ha chiesto e chiede una maggiore collaborazione con la DDA fiorentina e nazionale".

"Apprendiamo da fonti di stampa locale di dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti secondo le quali la camorra avrebbe usato la zona di Prato, nel cuore della Toscana, per lo smaltimento illecito di rifiuti tossici - dichiarano i deputati pd Antonello Giacomelli e Matteo Bifoni - Se le dichiarazioni attribuite al procuratore fossero confermate, dovremmo giungere alla conclusione che le indagini sono concluse e quindi non sussistono più motivi di riservatezza. Al di la di ogni valutazione sul mezzo scelto per divulgare tali gravissime notizie, chiediamo al governo di riferire al più presto, quindi già nella giornata di domani, alla Camera sulla vicenda".

Il sindaco di Prato. "Non sono a conoscenza della presenza di una discarica abusiva in città ma, se avremo una comunicazione, ufficiale o riservata che sia, ci muoveremo subito, per noi risolvere il problema diventerebbe una priorità" sostiene il sindaco di Prato, Roberto Cenni. Non ne sa nulla neppure l'assessore alla sicurezza Aldo Milone: "Abbiamo sequestrato rifiuti tessili in aziende cinesi pronti per essere portati all'estero in maniera illegale, ma non sappiamo nulla di discariche di rifiuti tossici sul nostro territorio". Nega anche il sindaco di Montemurlo, Lorenzini: da quelle parti in passato ci sono state due inchieste dei carabinieri del Noe che riguardavano il traffico di rifiuti tessili e di collusioni con la camorra.

Il tema camorra-rifiuti-Prato, comunque, è stato oggetto di un'indagine del pm fiorentino Angela Pietroiusti: nel luglio scorso, vennero arrestati padre e figlio, titolari di una ditta di Prato, Vincenzo e Ciro Ascione: ai due era contestata anche l'usura aggravata dall'aver agevolato
un clan camorristico di Ercolano. L'indagine riguardava una sessantina di persone e l'organizzazione di un traffico illecito di scarti delle lavorazioni della plastica verso la Cina e di rifiuti tessili verso la Tunisia.
http://firenze.repubblica.it/cronaca/201...-74137010/
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#15
REATI AMBIENTALI: passa la legge proposta dal M5s

Novità sui reati ambientali: è passata la legge proposta dal Movimento 5 Stelle, che introduce i delitti di inquinamento ambientale e di disastro all'interno del Codice Penale. Per il primo caso viene prevista una reclusione da 1 a 5 anni e una multa fino a 100.000 euro. Nel secondo caso, gli anni di reclusione previsti sono da 4 a 20. Nel corso degli anni si è molto discusso sull'argomento, anche a causa di diversi casi eclatanti di inquinamento in Italia.
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#16
Un'autostrada per la morte: fra i lavori per la tav si trova........ il cromo!


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Un’autostrada per la morte ovvero scorie di cromo in concentrazione 1.400 volte oltre i limiti consentiti dalla legge sono state trovate dall’Arpa di Brescia sotto l’autostrada A4. La corsia numero tre in particolare è stata realizzata ignorando le scorie altamente tossiche di cui era impregnato il terreno nella zona di Castegnato, nel Bresciano. Un altro tristissimo esempio di speculazione selvaggia.
”Abbiamo fatto questo intervento sull’attraversamento della Tav, trovando cromo nei terreni analizzati”, ha confermato la direttrice dell’Arpa di Brescia, Maria Luisa Pastore. Secondo il sindaco di Castegnato (Brescia), Giuseppe Orizio, il cromo non avrebbe però raggiunto le falde acquifere del paese. “L’acqua che bevono gli abitanti di Castegnato è sicura – sottolinea il primo cittadino -. Non ci sono tracce di cromo, nonostante il nostro territorio per anni sia stato abusato di discariche illegittime”.
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