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Allo studio una manovra da 20 miliardi
#1
Pensioni: i contributi saliranno oltre i 40anni
Governo Monti, indiscrezioni confermate dai tecnici
Altra misura previdenziale, blocco totale del recupero dell'inflazione

MILANO - Dalla cortina di riservatezza che protegge l'operato del governo Monti filtra una prima cifra. Potrebbe valere 20 miliardi la manovra che l'esecutivo, appena dotato di viceministri e sottosegretari, si appresta a varare per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. Secondo quanto si apprende da tecnici al lavoro in questi giorni sui conti, con l'ipotesi di un calo del Pil dello 0,5% servirebbe una correzione di 20 miliardi comprensiva di 4 miliardi della delega fiscale.
PENSIONI: SOGLIA MINIMA OLTRE I 40 ANNI- Tra le misure che il governo sta studiando per la manovra economica potrebbe esserci il blocco totale del recupero dell'inflazione per le pensioni per il 2012. L'intervento, secondo quanto ha appreso l'Ansa da tecnici che stanno lavorando alla manovra, varrebbe 5-6 miliardi compreso il blocco della perequazione già previsto per le pensioni più alte. Altra indicazione che trapela: potrebbe aumentare la soglia minima dei 40 anni di contributi necessari ora per la pensione indipendentemente dall'età anagrafica. Secondo quanto si apprende tra le ipotesi allo studio del Governo c'è un innalzamento tra i 41 e i 43 anni di contributi per uscire dal lavoro a qualsiasi età.

Redazione Online
Allo studio una manovra da 20 miliardi Pensioni: i contributi saliranno oltre i 40anni - Corriere della Sera
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Mike:"You know what happened. The question is, can you live with it?”

"Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l'aspetto di giganti"
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#2
25 secondo il Fatto Big Grin
Manovra, intervento sale a 25 miliardiIpotesi pareggio di bilancio in Costituzione | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano
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#3
io francamente ho perso il conto di tutte ste manovre annunciate.
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#4
mattiab Ha scritto:io francamente ho perso il conto di tutte ste manovre annunciate.
...eh ma questa è l'ultima :lolA:
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#5
Poca roba :facepalm:
"La Sardegna. Questa terra non somiglia a nessun altro luogo"D.H. Lawrence

"QUI VIGE L'UGUAGLIANZA: NON CONTA UN CAZZO NESSUNO!" cit.

"Quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere"
Bertolt Brecht
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#6
Sarmatico Ha scritto:...eh ma questa è l'ultima :lolA:
Se dici così mi preoccupo, io un anno per arrivare alla scadenza dei Maya all'Italia l'ho dato... :lolA:
http://www.unimeteo.net/forum-libero/210...#post64675
(Non avevo visto questo topic, e poi diciamolo, mi sono lasciato andare ad un po' di autocompiacimento...). :lolA:
"Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile." (Enrico Letta, 8 aprile 2013). :buah:

La mia stazioncina meteo online (versione "quasi" definitiva)... Smile
http://rieticentrometeo.altervista.org

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#7
Tanto la manovra è inutile se non cambiano immediatamente le folli norme europee varate un mesetto fa sulla capitalizzazione bancaria... argomento di cui in Italia non s'è parlato quasi nulla, secondo me perchè nessuno dei membri del precedente governo, né tantomeno i giornalisti, ci capisce un tubo di economia.
Altro che tagli alle pensioni: questa è la prima urgenza, qualcuno glielo spieghi a quell'inMerkel

"Allarme banche, non c'è più liquidità così l'Italia rischia il fallimento" - Economia e Finanza con Bloomberg - Repubblica.it



Citazione:L'INTERVISTA
"Allarme banche, non c'è più liquidità
così l'Italia rischia il fallimento"
Parla il presidente della Consob Vegas. "Bisogna cambiare la missione della Banca centrale europea. Va risolta la disparità con la Fed che, ad esempio, può stampare moneta mentre la Bce non può farlo"
di MASSIMO GIANNINI
"Allarme banche, non c'è più liquidità così l'Italia rischia il fallimento" Giuseppe Vegas
"IN ITALIA c'è un allarme banche. Non circola più denaro. Il rischio principale è che si diffonda il credit crunch. Rispetto a questo scenario, il fallimento di qualche banca diventa addirittura un rischio secondario. Se l'illiquidità del sistema porta al blocco dell'economia, allora non fallisce un singolo operatore, ma fallisce l'Italia". Giuseppe Vegas, presidente della Consob, lancia un monito e chiama a raccolta governo, Bce e Banca d'Italia: "Bisogna agire, o sarà troppo tardi".

Presidente Vegas, dunque ha ragione Alessandro Penati, che su "Repubblica" parla di una vera e propria "questione bancaria"?
"Sulle banche italiane c'è un problema, che non può non preoccuparci tutti. Il nostro sistema creditizio, tra i suoi asset, ha titoli di Stato italiani per 160 miliardi, e titoli di Stato degli altri 'Pigs' per 3 miliardi. A fronte di questo, le nostre banche hanno titoli "tossici" (essenzialmente mutui subprime) per una quota pari al 6,8% del patrimonio di vigilanza, contro una media europea del 65,3%. Ora, secondo le nuove norme di valutazione degli asset stabilite dall'Eba, siamo al paradosso: i titoli di Stato in portafoglio vengono considerati 'tossici' per le banche italiane, peggio di quanto non lo siano i "subprime"per le banche straniere".

Toccava al governo italiano intervenire, nei mesi scorsi. Perché non l'ha fatto?
"Non sta a me rispondere. Io so solo che i criteri stabiliti dall'Eba sono oggettivamente discutibili. Ci stiamo confrontando con la Banca d'Italia, per sollecitare un intervento e per indurre un ripensamento, anche nell'Esma. Ma non è facile. Il pericolo è che vada definitivamente in tilt il circuito finanza-economia reale. In base ai criteri Eba, le banche devono rafforzare il patrimonio e ricapitalizzare. Per farlo hanno due strade: o vanno sul mercato a cercare soldi, o vendono asset. In entrambi i casi, il sentiero è strettissimo: vendere asset vuol dire ridimensionare comunque l'operatività. Ma trovare capitali sul mercato, adesso, è ancora più difficile: vuol dire limitare il circolante, rinunciare alla leva, ridurre i prestiti, e dunque strozzare il credito. E qui c'è il possibile corto-circuito: che effetto ha tutto questo su un Paese che ha bisogno come il pane della crescita?".

Un effetto devastante, che stiamo già vedendo. Ma come pensate di far cambiare all'Eba i suoi criteri? E come si fa a evitare la recessione nel 2012, già prevista dall'Fmi?
"Questi sono i nodi da sciogliere. Sui criteri Eba il Sistema-Paese deve battersi, a tutti i livelli: non si può avere un approccio khomeinista alla contabilità, che è un mezzo e non un fine, essendo il vero fine il benessere dei cittadini. Quanto alla recessione, l'Italia deve far bene i "compiti a casa", come ha detto giustamente Monti. Questo vuol dire risanamento dei conti, tirando il freno a mano alla spesa pubblica. E poi sostegno allo sviluppo".

La dimensione della crisi non è solo italiana. Lei, da regolatore nazionale, che giudizio dà del ruolo della Bce? Fa abbastanza per fronteggiare l'emergenza?
"Finora, con le regole esistenti, ha fatto quello che ha potuto. Ma è evidente che l'acquisto dei titoli di Stato dei Paesi periferici, sul solo mercato secondario, non basta più. Così come non basta più l'approccio puramente anti-inflazionistico della politica monetaria: capisco che i tedeschi abbiano lo scheletro di Weimer nell'armadio, ma adesso serve un salto di qualità".

Sta dicendo che Draghi deve trasformare la Bce in un prestatore di ultima istanza, stampando moneta senza limiti?
"Sto dicendo che anche su questi temi serve un approccio nuovo, e adeguato alla fase. C'è a monte un problema di sovranità politica e di coordinamento delle politiche fiscali nazionali. Ma c'è anche un problema di Trattati e di Statuti da rivedere. La Fed e la Banca d'Inghilterra stampano moneta. La Bce non può farlo. Questa disparità va risolta. Allora, o cambiamo il ruolo della Bce, oppure dobbiamo accettare il rischio che l'euro salti, e ogni Paese torni alla sua valuta nazionale".

È un'ipotesi realistica, secondo lei? C'è addirittura chi ipotizza un piano segreto dei governi, per un change-over dall'euro alle vecchie valute nazionali a cavallo di Capodanno...
"Non credo alle voci. Ma certo il rischio che la moneta unica non regga, in queste condizioni, esiste. Sarebbe un disastro, ideale e materiale. Sta a Draghi evitarlo, insieme a Merkel, Sarkozy e adesso anche Monti, che fa giustamente da terzo incomodo nel direttorio franco-tedesco".

In questi mesi la Consob ha cercato di arginare la speculazione, tra il divieto di vendite allo scoperto e i limiti agli scambi ad altissima velocità. Tutto inutile: da luglio la Borsa ha perso il 32,1%, e i titoli bancari il 45,6%.
"Noi ci siamo posti l'obiettivo di fondo di non far disconnettere il link tra risparmio e economia reale. La speculazione fa parte del gioco. Ma oggettivamente alcune cose non funzionano. E su queste abbiamo cercato di intervenire. Le vendite allo scoperto sono un tema controverso. Ma una cosa è sicura: aumentano la volatilità del sistema, e hanno una funzione sempre pro-ciclica. Per questo, dal primo dicembre estenderemo la norma: per tutte le categorie di titoli, le vendite allo scoperto dovranno avere almeno il prestito dei titoli sottostanti, e oltre una certa soglia dovranno essere denunciate all'Autorità".

Non è un modo per chiudere la falla di una diga con un dito?
"Non penso che siano norme salvifiche, ma segnalano un'attenzione del regolatore. La stessa cosa vale per l'High Frequency Trading, cioè gli scambi di titoli ad altissima velocità attraverso gli algoritmi. Un algoritmo può essere impazzito o hackerato. Un mercato non può essere condizionato troppo da queste variabili incontrollate: per questo abbiamo chiesto a Borsa Italiana di far pagare almeno un "fee", quando si lancia un ordine oltre un certo importo, e poi non lo si esegue. Anche qui, siamo ai piccoli correttivi, che non risolvono il problema, però nemmeno lo ignorano. Ed è la stessa cosa che potrei dire per il controllo sui Cds cosiddetti "nudi", cioè quelli che si comprano senza il possesso dei titoli di Stato sottostanti. Nella nuova Mifid saranno vietati: ci vorrà tempo, ma è già un passo avanti".

Un altro nervo scoperto è la difesa dell'italianità delle aziende. Stiamo per perdere anche il "bastione" della golden share. Anche su questo avete provato qualche intervento, ma è stato tutto inutile: basta vedere il caso Parmalat.
"Proprio il caso Parmalat è un paradigma del dramma italiano: nessun "campione nazionale" si è fatto avanti. Questo è il nostro vero punto debole. L'intera Borsa italiana capitalizza poco più di Microsoft e Apple messi insieme. Siamo esposti allo shopping straniero. E ora rischiamo anche di più, senza la "golden share". Diciamolo chiaro: sul piano giuridico e normativo, non abbiamo più strumenti per difenderci".

Quindi? Come si evita che l'Italia, già depauperata del suo tessuto industriale, diventi un gigantesco outlet?
"Fa sorridere dirlo adesso, ma l'unica soluzione è allargare il mercato azionario, far entrare in Borsa nuovi operatori e nuovi imprenditori".

Intanto obbligherete almeno Edf a lanciare l'Opa su Edison?
"Stiamo esaminando il quesito. Non abbiamo ancora maturato una scelta: abbiamo un mese di tempo".

Risposta un po' "democristiana". E su Finmeccanica cosa avete in serbo? Possibile che possa accadere uno scandalo simile, e che nessuno possa intervenire?
"C'è un'inchiesta penale in corso. I nostri poteri sono limitati, e riguardano solo il collegio sindacale. Anche in questo caso, stiamo valutando".

Presidente Vegas, voi valutate pure. Ma qui il pericolo è che tra un mese sul mercato non rimanga più niente.
"Noi faremo la nostra parte. Ma certo, per il prossimo futuro, in Italia e in Europa, la responsabilità è nelle mani della politica. Ho fiducia in Monti".
m.giannini@repubblica.it
"Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario" (G. Orwell).

"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio." (Italo Calvino, Le Città Invisibili)
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#8
L'eliminazione dell'Ici sulla prima casa è stato un incredibile e preoccupante esempio di "illusione tributaria", che portava a ignorare i costi del provvedimento. Il ritorno del tributo sana una ferita inferta al federalismo municipale. Per esigenze di gettito, è inevitabile aumentare le rendite catastali. Auspicabile è anche l'introduzione dell’imposta sui rifiuti e i servizi progettata dal governo Berlusconi. Tutto ciò non elimina, ma limita lo spazio di una patrimoniale erariale su base personale.

Nella vicenda dell’Ici c’è un risvolto psicologico che è illuminante anche per capire la più ampia storia del rapporto fiscale in Italia.

UN CASO DI ILLUSIONE TRIBUTARIA

Si immagini che l’amministratore condominiale convochi i condomini e dica a tutti e non a uno solo: da domani, retta dimezzata. Nessuno ballerebbe dalla gioia e tutti chiederebbero: che servizi tagli o in che altro modo ci fai pagare? Ma non è quello che avvenne quando nel 2008 Silvio Berlusconi, seguendo e sopravanzando il cattivo esempio del governo Prodi che aveva dato un grosso taglio all’imposta, promise di eliminare del tutto l’Ici dalla prima casa, vincendo così le elezioni. L’esempio del condominio è calzante perché in Italia circa l’85 per cento delle famiglie vive in casa di proprietà. È da presumere che il restante 15 per cento sia formato in maggioranza da cittadini in disagiate condizioni economiche, che perciò pagano poco o niente di Irpef. Quindi, è come se i contribuenti, non alcuni a scapito di altri, ma tutti, avessero avuto uno sgravio; il che non è possibile, a meno di non ridurre la spesa o di non aumentare il debito pubblico. Ecco perché l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa non fu solo un misfatto economico che andava contro il federalismo proprio quando lo si voleva introdurre; fu anche un incredibile e preoccupante esempio di “illusione tributaria”, che portava a ignorare i costi della manovra. Ora Mario Monti ristabilisce l’Ici e riceve più applausi che critiche. Segno che è adesso chiaro che se non si paga questo, si paga qualche altro tributo o si rinuncia a qualche servizio essenziale. Allora, pur malvolentieri, meglio l’Ici, come avviene nel resto del mondo. La crisi ha dunque prodotto un risveglio della ragione che fa bene sperare per il seguito della cura, che rimane dolorosa anche se aiutata dalla credibilità internazionale del nuovo governo.

DUE TASSE SULLA CASA

Quale gettito dall’Ici sulla prima casa? Tre miliardi e mezzo, ha detto Giulio Tremonti prima di chiudere. In realtà sarà di più, perché ci sarà anche un aumento delle rendite catastali. Inoltre, se prosegue l’iter del decreto correttivo sul federalismo municipale preparato dal governo Berlusconi, ci sarà una seconda imposta sulla casa, questa volta a carico dei residenti, possessori o inquilini che siano, a fronte dei costi dell’asporto rifiuti e dei servizi pubblici comunali (con sforzo di fantasia, si chiamerà, appunto, Res: rifiuti e servizi). Il passato governo si era arreso all’idea di tale imposta per ridurre il vuoto fiscale creato dall’abolizione dell’Ici. Ma è opportuno che la Res veda la luce anche in presenza dell’Ici. Per lo scrivente almeno, l’assetto auspicabile dell’imposizione immobiliare a livello municipale dovrebbe proprio essere un’imposta a due componenti, sull’esempio della Taxe d’habitation francese: una sul possesso e un’altra sul godimento del bene, quali corrispettivi correlati, rispettivamente, ai servizi comunali che si incorporano nel valore immobiliare e a quelli forniti alla persona. (1)
Come configurare il peso complessivo? Indicativamente si può suggerire quale tetto della duplice imposta la seguente somma: vecchia Ici più Tarsu (che entrerebbe quale componente della Res) più un gettito attorno al 2 per cento dell’imponibile, come nella proposta Res. Ma l’ulteriore suggerimento è di ricalibrare tra le due componenti l’onere complessivo, diminuendo l’Ici sui proprietari e aumentando la Res (metà e metà potrebbe essere un’ipotesi su cui lavorare). Forse ciò renderebbe la manovra meno osteggiata politicamente, di sicuro la renderebbe più aderente al principio del beneficio, considerando la ripartizione della spesa comunale tra servizi che incrementano il valore degli immobili e servizi transitori ai residenti.

VALORI CATASTALI DA RIVEDERE

È giusto riprendere e inasprire l’imposizione immobiliare? Si sa che i beni al sole sono sempre stati l’ultima spiaggia per il fisco e che uno spostamento dell’imposizione dai redditi ai patrimoni è oggi invocato da molte parti; si può solo discutere sui modi. Qualche mese fa, e sembra già un’epoca lontana in questi tempi drammatici, aveva sollevato un vasto dibattito la proposta di Pellegrino Capaldo di colpire duramente non il valore ma l’incremento di valore, stimato in base ai prezzi correnti e alla durata del possesso in capo all’attuale contribuente. Proposta che risultava non fattibile, perché nessuno è in grado di valutare in breve tempo i valori di mercato, storici e attuali. Bisogna quindi basarsi su quello che si conosce, per quanto imperfetto: le rendite catastali, da cui si arriva ai valori catastali. Hanno quindi ragione Banca d’Italia e nuovo governo a proporne l’aumento. Aumenterebbe così l’imponibile immobiliare all’interno dell’Irpef, dell’Ires e delle imposte sui trasferimenti (queste ultime peraltro da ridurre ed eliminare in prospettiva, perché di ostacolo alla crescita economica). Sarebbe opportuno aumentare anche l’aliquota della cedolare secca appena istituita per le case date in locazione. La platea dei contribuenti sarebbe molto vasta, come è inevitabile se si vuole davvero ottenere un gettito consistente. Circa le iniquità, sarebbero elevate ma pur sempre minori di quelle generate da altre manovre, considerando che gli attuali valori catastali sono in media circa un terzo di quelli di mercato. Naturalmente, bisognerà prevedere una franchigia che esenti la fascia più bassa; ma nulla di paragonabile all’elevata agevolazione concessa dal Governo Prodi. L’Ici, infatti, deve essere vista anche come un segno di appartenenza a una comunità comunale, quindi la platea dei contribuenti deve essere la più larga possibile. Anziché largheggiare con gli sconti sull’Ici, meglio allargare le agevolazioni sull’addizionale comunale Irpef: a parità di perdita di gettito, l’impatto in termini di equità dovrebbe essere maggiore. Alla larga anche dall’idea, che purtroppo sta prendendo piede, di un’Ici progressiva. A rigore, la progressività si dovrebbe esercitare solo su un imponibile che rappresentasse l’intera capacità contributiva. Di fatto, l’Irpef riguarda quasi esclusivamente il reddito da lavoro e le rendite immobiliari sulle seconde case; e di questa parzialità dell’imponibile nell’imposta che sarebbe deputata a realizzare al meglio il principio di equità, non c’è da essere fieri. Aggiungere formalmente un’ulteriore progressività solo sulla componente case sembra troppo anche in tempi di crisi.
Dopo di che occorre chiedersi se si possa aggiungere a tutto ciò una nuova imposta patrimoniale personalizzata, ossia limitata agli alti patrimoni (finanziari oltre che immobiliari, ma si sa che i primi sfuggono, anche perché si fa presto a frazionarli in testa a più proprietari). La risposta è che si può, ma senza pretendere forti gettiti a livello nazionale da un imponibile già spremuto a livello municipale.

(1) Vedasi il Libro bianco sulla riforma fiscale del 1994 nonché Dosi C. e Muraro G. “Finanza municipale e fiscalità immobiliare: ipotesi di riforma” in Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze, Anno LV Fasc.1, 1996, pp. 3-52.
Lavoce.info - ARTICOLI - L'INEVITABILE RITORNO DELL'ICI
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"Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l'aspetto di giganti"
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#9
:vomito: :forcone:


Tra le enormità sotto elencate, menzione speciale a Boccia:

Francesco Boccia, del Pd, si scaglia contro le «discriminazioni» dei più giovani: «Siamo furibondi. Fini e Schifani non pensino di fare questa operazione sulla testa delle nuove generazioni»

:forcone::forcone:

Citazione:

Le pensioni degli onorevoli / Boccia: stanno facendo pagare tutto ai più giovani Vitalizi dei parlamentari, protesta bipartisan L’idea: dimissioni prima che cambino le regole E c’è l’ipotesi di fare causa allo Stato. Mazzocchi (Pdl): si può vincere, non si cambiano le regole in corsa


ROMA - «A me della pensione non frega niente, ma l’operazione deve iniziare dal 1945, perché chi propone i tagli è in Parlamento da decenni...». Contro il taglio dei vitalizi è rivolta bipartisan e, alla buvette di Montecitorio, Massimo Calearo dà voce alla rabbia dei colleghi. Ma intanto l’onorevole Antonio Borghesi dell’Idv lancia un sasso nelle acque già agitate della polemica: «Più che una mannaia questa riforma è un temperino, che nell’immediato rischia di costare più di prima ai contribuenti». Sì, perché dai calcoli del vice capogruppo dipietrista la quota di contributi a carico della Camera costerà qualcosa come 25 milioni l’anno «a carico del Parlamento». La sforbiciata non è ancora deliberata, ma la Casta protesta. I più furiosi contro la decisione di Fini e Schifani di alzare l’età pensionabile e passare al sistema contributivo, sono quei parlamentari che hanno digerito a fatica l’arrivo del governo tecnico. E dunque ex An ed ex forzisti della prima ora. Ma anche i democratici sono in subbuglio, tanto che Dario Franceschini stoppa la tentazione di chi medita di dimettersi per non rinviare la pensione: «Se qualcuno pensa di ricorrere a una furbizia del genere, basta che l’Aula gli respinga le dimissioni». Eppure il tema dell’addio di massa dal Parlamento ha tenuto banco per tutto il giorno, tra Camera e Senato. Renzo Lusetti, ex pd ora nell’Udc: «Non lo farò, ma a me, che ho 53 anni, converrebbe lasciare lo scranno oggi stesso, altrimenti il vitalizio lo prenderò a 60 anni». Molti studiano il modo di presentare ricorso e secondo il questore Antonio Mazzocchi, avvocato e deputato del Pdl, con buone speranze di spuntarla: «Se le regole cambiano in corsa e un deputato fa causa allo Stato, credo che possa vincere». Alle 11,30 la questione verrà discussa in un vertice tra i questori e i rappresentanti dei partiti, deputati esperti di previdenza come Cazzola (Pdl), Gnecchi (Pd) e Galletti (Udc). Sarà battaglia, c’è da giurarci. «Mazzocchi parla a titolo personale - prende le distanze il questore Gabriele Albonetti, del Pd -. Alla riunione con Fini, Schifani e il ministro Fornero, anche lui ha dato il suo assenso. L’innalzamento dell’età e il contributivo sono decisioni prese e indietro non si torna». Alessandra Mussolini, del Pdl, è pronta ai sacrifici, se prima però i membri del governo Monti «forniscono informazioni sui loro conflitti di interessi». Francesco Boccia, del Pd, si scaglia contro le «discriminazioni» dei più giovani: «Siamo furibondi. Fini e Schifani non pensino di fare questa operazione sulla testa delle nuove generazioni». Sono in ansia i deputati di lungo corso e lo sono soprattutto i nuovi eletti, perché con il contributivo il loro vitalizio è destinato a ridursi. Mario Pepe, ex Popolo e territorio, è fuori di sé: «Ridurre deputati e senatori alla fame vuol dire rendere il Parlamento schiavo dei poteri forti». Alla fame, onorevole? «Sì, perché se a uno come Bertinotti gli togliete il vitalizio, cosa gli resta?». Parole grosse, che però rendono il clima. Al Senato c’è una fronda di irriducibili. Una riunione dei capigruppo che doveva finire a tempo di record è durata due ore e mezzo, perché gli animi erano arroventati per via dei vitalizi. Luigi Lusi, del Pd, è intervenuto contro la «giungla previdenziale» e ha proposto la creazione di un apposito fondo, che riguardi «tutti gli organi costituzionali». Oltre ai parlamentari, quindi, anche i ministri e i sottosegretari.] Le pensioni degli onorevoli / Boccia: stanno facendo pagare tutto ai più giovani
Vitalizi dei parlamentari, protesta bipartisan
L'idea: dimissioni prima che cambino le regole
E c'è l'ipotesi di fare causa allo Stato. Mazzocchi (Pdl): si può vincere, non si cambiano le regole in corsa
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"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio." (Italo Calvino, Le Città Invisibili)
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#10
Boccia è quello che è fidanzato con una deputata del PdL, giusto?
Ma un po' di vergogna proprio mai?
:forcone:

Comunque non è male l'idea di fare ricorso... Rolleyes
"Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile." (Enrico Letta, 8 aprile 2013). :buah:

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